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“CHI È FEDELE NEL POCO, È FEDELE ANCHE NEL MOLTO”

San Titus Brandsma: la vita è amore

di Enrico Sigismondi

Quando mi è stato chiesto di trattare la figura di padre Titus Brandsma mi sono trovato di fronte a un bivio: fornire una biografia più o meno esaustiva di questo Carmelitano, canonizzato di recente, oppure far sì che da brevi – ma estremamente significativi – tratti della sua vita emergessero potenti quegli spunti di riflessione e di imitazione che sono la ragione unica e profonda per la quale la Chiesa, “Mater et Magistra”, ci consegna i santi di ogni epoca.

[…]“Non si accende una lampada per metterla sotto il moggio” (Mt 5,15), è scritto. Pertanto, non me ne vogliano gli amanti delle biografie se ho deciso di seguire la seconda delle due suddette opzioni.

La vita di Anno Sjoerd Brandsma (il nome Titus lo prenderà in onore del padre, una volta divenuto Religioso carmelitano) si snoda principalmente in Olanda ad Ugokloster, dove nasce – quinto di sei figli – il 23 febbraio del 1881. Ordinato sacerdote nel 1905, dopo una parentesi di studi universitari a Roma, durata quattro anni, fa ritorno in Olanda dove sin da subito inizia a svolgere il suo ministero sacerdotale nell’ambito dell’insegnamento universitario, dell’editoria e del giornalismo. Numerosi gli incarichi e le collaborazioni svolte in quasi trentacinque anni di fedele servizio alla Chiesa cattolica di Olanda. Professore di storia della mistica e di filosofia, oltre che di matematica; assistente ecclesiastico dell’Associazione dei Giornalisti cattolici; collaboratore assiduo e proficuo di numerose testate giornalistiche olandesi e curatore delle traduzioni in lingua frisona delle opere di Santa Teresa d’Avila e de “L’imitazione di Cristo”. È al varco di questa incessante opera di carità intellettuale che il Signore lo aspetta per purificare nel crogiolo delle privazioni e della sofferenza la sua anima sacerdotale. Strumento di tale divina opera perfezionatrice è il Nazionalsocialismo. Con le sue idee, improntate all’odio e alla negazione di qualsiasi valore cristiano, invade l’Olanda nel 1940. È solo una questione di tempo prima che la Gestapo arresti padre Titus due anni dopo, nel convento di Boxmeer, per trasferirlo nel carcere di Scheveningen. Due mesi più tardi ai lavori forzati nel campo di Amersfoort e infine – dopo vari passaggi in altri campi – a Dachau, dove muore il 26 luglio 1942, tramite iniezione di acido fenico.

Nella vita di questo martire della fede, al di là del sacrificio estremo consumatosi nel contesto della persecuzione nazista, da tutti conosciuta, spiccano indiscutibilmente due elementi che si richiamano a vicenda: l’ubbidienza plasma nella santità, perché è somma umiltà e quest’ultima conduce lo sguardo dell’anima a vedere sempre più e a comprendere sempre meglio la Provvidenza divina. La vita di padre Titus risalta per il suo snodarsi verso un compimento, che tutto ci dice della cura paterna di Dio e dell’umiltà del suo servo.

Carmelitano scalzo, monaco di un ordine religioso dedito per vocazione alla vita ritirata, silenziosa ed ascetica, fatta di preghiera intensa ed incessante, si ritrova a vivere l’ubbidienza di un apostolato attivo, immerso nella vita frenetica di un mondo già allora in costante evoluzione socio-politica e in prima linea con quella vera e propria lotta di pensiero intellettuale a cui la Chiesa moderna era sottoposta senza tregua.

Da qui la prima sofferenza silenziosa, che le agiografie non scoprono o fanno emergere molto poco: la difficoltà pratica di vivere appieno la Regola, sposata nel momento dell’emissione dei voti. E sempre da qui due grandi insegnamenti, tramandati dalla sua testimonianza concreta: l’ubbidienza ai superiori quale via infallibile per vivere la volontà di Dio contro ogni proprio desiderio e convincimento; e contemporaneamente – quasi per assurdo! – la Regola stessa quale via altrettanto infallibile di santificazione. Ho detto “quasi per assurdo” perché nella vita di padre Titus le due cose sembrano in aperto contrasto, ovvero la volontà di Dio che si manifesta su due aspetti opposti: nella Regola della Vita Religiosa, a cui si è chiamati; e nell’ubbidienza ai superiori, i quali però rendono l’incarnazione della Regola se non impossibile perlomeno molto difficile. Questo dissidio padre Brandsma deve averlo colto nella sua anima quando scriverà dalla sua cella 577 del carcere di Scheveningen: “Posso gridare di gioia perché mi ha permesso (il Signore n.d.s.) di ritrovarLo completamente. […] Vorrei stare qui per sempre, se Lui ha disposto così. Raramente sono stato così felice o contento”.

Vedete? In una cella di prigione – dura, ma non ancora proibitiva come quella del campo di concentramento – padre Titus ritrova l’origine della sua vocazione, la riconosce, la ama. Tanto da poter dire che lì risiede la sua vera felicità. Riconosce che ogni cosa è disposta da Dio ed è lietamente pronto ad accettarla quale dono della Provvidenza. La Quale già gli ha fatto un dono, conducendolo in una prigionia in cui la sua anima monacale troverà impensabilmente il ristoro, la consolazione e la letizia necessari ad affrontare il passo successivo: il sacrificio completo. E non è, questa, cura di Dio? Non è questo un esempio della mano di Dio che – attraverso un male, quale l’odio persecutore – fa a un’anima il dono di ciò che le serve per essere santa di una pienezza che è scritta nella sua stessa vocazione? Si osservi come nel silenzio generale, senza proclami, senza sbandieramenti, senza slogan o propaganda, l’amore di Dio agisca paternamente nel rispetto della libertà di ciascuno: le anime che perseverano nel male sono lasciate libere di agire, eppure in queste scelte scellerate l’onnipotenza di Dio plasma le anime che sempre liberamente rimangono a Lui vicine, amanti e oranti.

La seconda sofferenza sarà quella con la quale il Signore lo incoronerà di gloria: lo sradicamento totale da qualsiasi collegamento, anche semplicemente umano, con il mondo e la vita di prima. Quello che è stato il tentativo di tutti i campi di sterminio e che sarà chiamato “la spersonalizzazione dell’umano” colpirà anche padre Titus. Lo avvolgerà, ma non lo assorbirà. Non poteva un’anima così unita al Creatore cedere all’alienazione dell’esistenza che il Male inculcava nei prigionieri. Si spense solo il suo corpo, logorato dagli sforzi inumani e dalle privazioni estreme alle quali fu sottoposto.

“Chi è fedele nelle piccole cose è fedele anche nelle grandi” dice Gesù (Lc 16,10). Ebbene, mi rivolgo principalmente ai Sacerdoti, ai Religiosi, alle anime consacrate. Nella vita di padre Brandsma io ho trovato questa fedeltà in una cosa apparentemente piccola, rispetto all’offerta della vita che gli sarà chiesta tempo dopo: e cioè l’ubbidienza verso un apostolato che lo teneva lontano dalla vita comunitaria, che egli amava e che aveva abbracciato in giovane età con tutto se stesso. Nelle sue parole troviamo la gioia estatica del monaco orante, quando lo vediamo rinchiuso sempre in una cella, più che tra i mille impegni quotidiani di una vita di apostolato attiva. La sua ubbidienza ha generato un sacrificio benedetto da Dio con grandi frutti di bene che sembravano non solo inutili, addirittura distrutti dall’avvento di un male inarrestabile. Eppure – e qui troviamo il secondo grande insegnamento – proprio quando tutto sembrava essere stato soffocato quella stessa silenziosa ubbidienza ha portato grande frutto nella prova misteriosa dell’offerta di sé, fino in fondo.

Più dell’apostolato attivo, lungo quasi trent’anni di vita, ha fatto l’ubbidienza silenziosa e nascosta di un monaco carmelitano. Ubbidienza per mezzo della quale ha potuto dire il suo sì totale alla volontà di Dio Padre. Il martirio che celebriamo come la vittoria più grande, dunque, non è che il risultato di una prova eroica più grande ancora. Lunga. Quotidiana. Fedele di ora in ora.

 

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