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Chiamati per nome

“Ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni”

di Sr M. Elesabetta Pezzutti icms

La mattina di Pasqua Maria Maddalena si recò al sepolcro di buon mattino, quando era ancora buio. Maria è una discepola di Gesù, che è stata accanto al suo Maestro fino alla fine, seguendolo insieme alla Madonna nella sua Passione e morte in Croce. Ha ancora negli occhi e nel cuore gli ultimi istanti di vita di Gesù, le sue ultime parole, le sue piaghe e sofferenze, il suo ultimo respiro.

Chiusa in quell’atroce dolore, va al sepolcro per compiere l’ultimo gesto di pietà e devozione: ungere il corpo di Gesù morto, sepolto in fretta prima del sabato. Tutto sembra finito.

Non ricordava – e forse non era ancora il momento per capirle – le parole del Maestro che aveva promesso che il terzo giorno sarebbe risorto.

Di fronte al sepolcro vuoto, si sente ancora più smarrita e piange, piange doppiamente, perché pensa che le abbiano portato via il suo Signore. Quel forte dolore e il pianto le offuscano lo sguardo, ma è in quel momento che Gesù Risorto si fa presente. Inizialmente, Maria pensa che quell’uomo sia il custode del giardino. Questa confusione evidenzia che il Risorto non appare con le stesse sembianze terrene, ma richiede gli “occhi della fede” per essere riconosciuto.

Gesù chiama Maria “Donna” (così come aveva fatto con sua madre a Cana e sotto la Croce) per richiamare la sua identità profonda di discepola fedele e per prepararla alla nuova relazione con Lui, non più legata al contatto fisico del passato.

Ma solo quando Gesù pronuncia il suo nome (“Maria!”), ella riconosce la voce dell’Amato e risponde “Rabbunì” (Maestro), capendo che il Signore è veramente vivo.

In quel momento, la voce familiare del suo Signore dà una svolta alla sua vita, facendola passare dal dolore alla fede.

Ecco la Pasqua! Un’irruzione luminosa imprevista, che accade nella nostra vita, a nostra insaputa.

È lì che Maria Maddalena apre gli occhi e riconosce il suo Maestro. Dio la sta chiamando per nome, esprimendo tutta l’intimità, tutta l’identità e unicità che vuole dare a colei che tanto lo amava. A colei che gli è rimasta fedele con sua Madre e Giovanni sotto la Croce e che sarà la prima testimone della sua Risurrezione.

San Gregorio Magno commenta in proposito: “Gesù le disse: Maria!”. Dopo che l’ha chiamata con l’appellativo generico di “donna”, senza essere riconosciuto, la chiama per nome come se volesse dire: Riconosci colui dal quale sei riconosciuta. Io ti conosco non come si conosce una persona qualunque, ma in modo del tutto speciale.  

«Com’è bello pensare che la prima apparizione del Risorto – secondo i Vangeli – sia avvenuta in un modo così personale! Che c’è qualcuno che ci conosce, che vede la nostra sofferenza e delusione, e che si commuove per noi, e ci chiama per nome. È una legge che troviamo scolpita in molte pagine del Vangelo. Intorno a Gesù ci sono tante persone che cercano Dio; ma la realtà più prodigiosa è che, molto prima, c’è anzitutto Dio che si preoccupa per la nostra vita, che la vuole risollevare, e per fare questo ci chiama per nome, riconoscendo il volto personale di ciascuno. Ogni uomo è una storia di amore che Dio scrive su questa terra. Ognuno di noi è una storia di amore di Dio. Ognuno di noi Dio chiama con il proprio nome: ci conosce per nome, ci guarda, ci aspetta, ci perdona, ha pazienza con noi. È vero o non è vero? Ognuno di noi fa questa esperienza.
E Gesù la chiama: “Maria!”: la rivoluzione della sua vita, la rivoluzione destinata a trasformare l’esistenza di ogni uomo e donna, comincia con un nome che riecheggia nel giardino del sepolcro vuoto. I Vangeli ci descrivono la felicità di Maria: la risurrezione di Gesù non è una gioia data col contagocce, ma una cascata che investe tutta la vita. L’esistenza cristiana non è intessuta di felicità soffici, ma di onde che travolgono tutto. Provate a pensare anche voi, in questo istante, col bagaglio di delusioni e sconfitte che ognuno di noi porta nel cuore, che c’è un Dio vicino a noi che ci chiama per nome e ci dice: “Rialzati, smetti di piangere, perché sono venuto a liberarti!”» (Papa Francesco, Udienza 17 maggio 2017) 

 

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