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LA SANTIFICAZIONE DEL LAVORO

“Mettere Cristo nel cuore di tutte le attività umane”

di Stefano Battezzati

In un precedente articolo avevo (o “si era”) parlato del “lavoro” come condizione naturale dell’uomo e, per questo, ne diventa il perno della sua santificazione.  Ora cerchiamo di capire come “santificarlo” ovvero come renderlo strumento di unione con Dio, nel servizio ai fratelli e per guadagnarci la vita eterna.

Sappiamo che il lavoro ha una dimensione sociale e apostolica: ha sempre una ripercussione sugli altri, in quanto implica l’offerta di un servizio a un altro e questo incide necessariamente nel miglioramento della società.

Per fare questo, quindi, dobbiamo mettere tutto ciò che è in nostro potere perché il lavoro sia anzitutto ben fatto: e questo richiede un impegno continuo per dare il meglio di se stesso, vuol dire pensare a chi è rivolto per facilitarlo, accontentarlo, e vuol dire anche cercare di innovarlo e migliorarne la qualità, e ciò, ove possibile, anche attraverso una formazione professionale continua.

Dando questo bell’esempio, siamo anche fonte di ispirazione per gli altri. Ricevere un buon servizio, essere assistito amabilmente, ci fa sentire persone amate e rispettate e ci spinge a fare lo stesso con gli altri. Si genera un circolo virtuoso in cui ognuno vuole dare ciò che ha ricevuto.

Diverso è, per esempio, un medico che, chiedendo semplicemente al paziente di descrivere i sintomi, prescrive le medicine, rispetto ad un altro medico il quale, pur prescrivendo le medesime medicine, parla con paziente, lo ascolta con attenzione, gli sorride, gli infonde fiducia e coraggio: quelle stesse medicine avranno più effetto!

Noi siamo abituati ad attribuire ad ogni occupazione un determinato valore in base alla tipologia del lavoro stesso (lavoro più o meno importante). Ma la logica di Dio è diversa, perché il suo criterio per definire il valore di un lavoro è l’amore e la rettitudine di cuore di chi lo realizza: la santificazione consiste nel fare la sua volontà, nell'essere come vuole Lui.

Per far funzionare un'autovettura occorre sì il motore, ma anche la piccola vite… Provate ad immaginare se mancasse un qualsiasi lavoro, dal più umile a quello di responsabilità: tutto andrebbe all’aria!

Anche il fatto di compiere ogni giorno le stesse cose sembra privo di interesse, tedioso e monotono: “ciò accade perché manca amore. Quando l'amore è presente, ogni giorno che passa ha un colore nuovo, una vibrazione nuova, un'armonia nuova" (mons. Escrivà).

Vorrei, ora, a proposito del lavoro, citare due parabole dette da Gesù che definirei “parallele” e “complementari”: Lc 19,11-28 e Mt 25, 14-30

In Luca si parla di un numero uguali di monete d’oro (o mine), cioè 10 per 10 servi, mentre in Matteo di un numero diversi di talenti dati ai servi: 5, 2 e 1.

Tutti noi dobbiamo far fruttare le nostre capacità, tutti noi dobbiamo lavorare, proprio perché è la nostra condizione naturale di uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio Creatore: vengono quindi puniti coloro i quali, di fatto, non hanno lavorato, o nemmeno solo “pensato” di fare qualcosa, pur senza rischio e senza fatica (dovevi dunque portare il mio denaro dai banchieri). E lo dobbiamo fare per essere servi buoni e fedeli!

Le parabole ci dicono che dobbiamo mettere in pratica, far fruttare tutti i talenti ricevuti, ed a parità di talenti si viene ricompensati proporzionalmente al risultato ottenuto, che dipenderà dall’impegno, dalla lena, dall’attenzione prodigata (Si presentò il primo e disse: Signore, la tua mina ha fruttato altre dieci mine. Gli disse: Bene, bravo servitore; poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città” e così via). E, comunque, tutti vengono premiati e tutti saranno contenti (ovvero tutti avranno il loro bicchiere di gioia colmo, chi più grande, chi più piccolo, ma sempre pieno).

Un’altra bella cosa che vorrei sottolineare è la “gratificazione”: perché di fronte ad una bella opera, ad un bel pranzo, ad un giardino tenuto bene o alla casa ben pulita non ringraziamo chi ha svolto tutto questo, e anche quelli dietro le quinte?  Un segno di attenzione è, per quei lavoratori, uno stimolo ad operare sempre bene, a migliorarsi, è una sorta di apostolato…  E, oserei dire, quasi un “dovere” constatare un bel lavoro (… e Dio vide che era cosa buona…) e ringraziare: non lodiamo forse Dio di fronte alle bellezze del creato?

In conclusione, dopo queste meditazioni, credo ci sia un modo “sicuro” per santificare il lavoro, e cioè pensare che ti è stato “commissionato” proprio da Gesù e che deve essere eseguito sempre per Lui, per Gesù!  Quanta attenzione, quanto impegno, quanto amore, quanto cuore metteremmo nello svolgere quella mansione? E non penseremo, di conseguenza, sempre a Lui? Non è forse anche questo “pregare”?

Da questo concetto, mi ripeto, scaturisce che quando lavoriamo non è sufficiente la sola intenzione di compierlo bene, ma è necessario, appunto, trovare in quello che facciamo il fratello Gesù, fare le cose per Lui e con Lui.

 

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