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PER CRUCEM AD LUCEM

La festa del 14 settembre

di padre Alberto Rocca icms

La Festa liturgica si riferisce al ritrovamento della vera croce di Gesù – da parte di sant’Elena, Imperatrice, madre di Costantino – avvenuto proprio il 14 settembre del 320: in quel giorno la reliquia fu innalzata dal vescovo di Gerusalemme di fronte al popolo, che fu invitato all’adorazione.

Si commemora anche la consacrazione della chiesa del Santo Sepolcro, in Gerusalemme (335). Secondo la tradizione, Sant’Elena avrebbe portato una parte della Croce a Roma, in quella che diventerà la basilica di Santa Croce in Gerusalemme; una parte rimase invece a Gerusalemme. Bottino dei persiani nel 614, fu poi riportata trionfalmente nella Città Santa. Il termine «esaltazione», in uso sin dal VI secolo per indicare questo rito, è da intendersi sia come «innalzamento» sia come «ostensione». Il termine nasce dalla liturgia, che prevedeva l’innalzamento di una croce e la sua ostensione ai fedeli, in ricordo dell’innalzamento di Gesù Cristo sulla Croce e dell’ostensione del suo corpo, secondo anche quanto da Lui stesso preannunziato e riportato dall’Evangelista Giovanni (12,32): «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».

Quindi, il “legno”, così carico di significati scritturistici, porta con sé un significato profondo: «La croce, già segno del più terribile fra i supplizi, è per il cristiano l’albero della vita, il talamo, il trono, l'altare della nuova alleanza. Dal Cristo, nuovo Adamo addormentato sulla croce, è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa. La croce è il segno della signoria di Cristo su coloro che nel Battesimo sono configurati a lui nella morte e nella gloria. Nella tradizione dei Padri la croce è il segno del figlio dell’uomo che comparirà alla fine dei tempi.» (Messale Romano).

Proprio a rimarcare la potenza salvifica della crocifissione, San Giovanni Paolo II, durante una Udienza del 1979, così si rivolgeva in particolare a malati e sofferenti: «Le piaghe gloriose di Cristo risorto valgano a illuminare e sanare le vostre ferite, fisiche e morali, tuttora aperte e doloranti. Ricordate la massima ascetica: Per crucem ad lucem”, cioè: attraverso le sofferenze della Croce si giunge alla beatitudine della luce. Sappiate che Cristo con la sua Risurrezione ha riscattato e redento il dolore, il quale ha così acquistato la sua dignità, essendo stato chiamato ad uscire dalla sua inutilità e a diventare fonte positiva di bene e segno luminoso di speranza non fallace».

Tale unione al Cristo sofferente non è riservata agli infermi. Ogni fedele ha un rapporto vitale con il Crocifisso: «(tutti i battezzati) … si immergono nella sua vita per divenire membra del suo corpo, e sotto questa qualifica soffrire e morire con lui; ma anche per risuscitare con lui alla eterna vita divina. Questa vita sorgerà per noi nella sua pienezza soltanto nel giorno della glorificazione. Tuttavia, sin da ora «nella carne» noi vi partecipiamo, in quanto crediamo: crediamo che Cristo è morto per noi, per dare la vita a noi. Ed è proprio questa fede che ci fa diventare un tutto unico con lui, membra collegate al capo, rendendoci permeabili alle effusioni della sua vita. Così la fede nel Crocifisso - la fede viva, accompagnata dalla dedizione amorosa - è per noi la porta di accesso alla vita e l’inizio della futura gloria. (S. Teresa Benedetta della Croce – Edith Stein – Scientia Crucis)

Non ci può essere, quindi, adorazione senza partecipazione: passare dalla Croce di Cristo è necessario e il culto riservato al Crocifisso è comunione con le sue sofferenze, per partecipare alla sua gloria. Non può e non deve ridursi a una celebrazione, ma permeare tutta la vita, anche se spesso anche noi siamo tentati di entrare nel novero di quelli che, davanti a questo mistero, dicono: «questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?» (Gv 6,60).

Risuonano così, con particolare forza, le parole di San Giovanni nel Prologo del IV Vangelo: «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio». Infatti, «chi si è messo dalla parte del Cristo, risulta morto per il mondo, come il mondo risulta morto per lui. Egli porta nel suo corpo le stimmate del Signore (cfr. Gal 6, 17); è debole e disprezzato nell’ambiente degli uomini, ma appunto per questo è forte in realtà, perché nelle debolezze risalta pienamente la forza di Dio (cfr 2 Cor 12, 9). Profondamente convinto di questa verità, il discepolo di Gesù non solo abbraccia la croce che gli viene offerta, ma si crocifigge da sé: «Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri» (Gal 5, 24). Essi hanno ingaggiato una lotta spietata contro la loro natura, per liquidare in se stessi la vita del peccato e far posto alla vita dello spirito. È quest’ultima sola quella che importa. La croce non è fine a se stessa. Essa si staglia in alto e fa da richiamo verso l’alto. Quindi non è soltanto un’insegna, è anche l’arma vincente di Cristo, la verga da pastore con cui il divino Davide esce incontro all’infernale Golia, il simbolo trionfale con cui egli batte alla porta del cielo e la spalanca. Allora ne erompono i fiotti della luce divina, sommergendo tutti quelli che marciano al seguito del Crocifisso»  (Santa Teresa Benedetta della Croce, Scientia Crucis).

 

 

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