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“Perché la nobiltà suprema consiste nell’essere schiavi del Cristo”

Memoria liturgica di sant’Agata

di Stefano Battezzati

Siamo qui per cercare di comprendere il profondissimo significato di questa frase pronunciata da Sant’Agata, frase che l’avrebbe portata alla tortura ed al martirio.

Sinteticamente ne descriviamo il contesto.

Agata nasce a Catania verso il 230 in una ricca e nobile famiglia, e, fin da piccola, fu educata alla religione cristiana, crescendo in bellezza, candore e purezza verginale, tant’è che, quando giunse a circa 15 anni, sentì che era giunto il momento di consacrarsi a Dio.

Visto questo grande desiderio di Agata, il vescovo di Catania accolse la sua richiesta, nonostante la giovane età, e, durante una cerimonia ufficiale chiamata ‘velatio’, le impose il ‘flammeum’, cioè il velo rosso portato dalle vergini consacrate.
Il proconsole Quinziano, giunto a Catania con il compito – tra le varie incombenze – di chiedere ai cristiani di abiurare pubblicamente la propria fede, nel vederla venne conquistato dalla sua bellezza e una passione ardente s’impadronì di lui. I suoi tentativi di seduzione, però, non andarono in porto per la resistenza ferma della giovane Agata.

Sottoposta inutilmente a un programma di “rieducazione”, attraverso tentazioni immorali di ogni genere tramite una cortigiana di facili costumi, il proconsole imbastì un processo contro di lei: Agata si presentò vestita da schiava, come usavano le vergini consacrate a Dio. “Se sei libera e nobile” le obiettò il proconsole “perché ti comporti da schiava?” .

E lei rispose: “Perché la nobiltà suprema consiste nell’essere schiavi del Cristo”.

Seguirono quindi terribili torture; ma ogni tormento, invece di spezzare la sua resistenza, sembrava dare ad Agata nuova forza, sopportando tutto per amore di Dio. In cella, mentre era in preghiera, le apparve san Pietro apostolo – accompagnato da un bambino con una lanterna – che le risanò le mammelle amputate.

Riportata alla presenza del proconsole, quest’ultimo, viste le ferite rimarginate, le domandò incredulo cosa fosse accaduto: “Mi ha fatto guarire Cristo” rispose la vergine. Ormai Agata costituiva una sconfitta bruciante per Quinziano, il quale diede ordine di bruciarla su un letto di carboni ardenti, con lamine arroventate e punte infuocate.
A questo punto, secondo la tradizione, mentre il fuoco bruciava le sue carni, non bruciava il velo che lei portava; per questa ragione “il velo di sant’Agata” diventò da subito una delle reliquie più preziose.

Ora, prima ancora, per così dire, di “entrare” nel significato di quella intensissima frase, ciò che colpisce è il coraggio di Agata nel pronunciarla, ben sapendo che questa risposta data al proconsole avrebbe portato lei stessa al martirio, alla morte. Ma Agata non ebbe timore di dirla, nessuna paura: perché?

Generalmente, ognuno di noi di che cosa ha paura? Direi che abbiamo paura di quello che non conosciamo: se, per esempio, ci venisse detto di mangiare un fungo, certamente avremmo paura a farlo, a meno che lo conosciamo e sappiamo che è mangereccio… Agata, definitasi “schiava”, aveva annullato completamente la propria volontà, sottomettendola a quella di Cristo: ogni giorno, quindi, moriva, moriva a se stessa, e di conseguenza conosceva bene la morte!

Era già, quindi, unita a Dio e la morte l’avrebbe unita pienamente.

Come poteva Agata non mettere in pratica le parole di Gesù: “Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò… chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”? 

Lei, Agata, era Lui, si identificava con Gesù.

A riprova, se analizziamo la frase di San Paolo: “Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me!” ne deduciamo che, se io non vivo più, sono, appunto, morto!

Detto questo, leggiamo che Agata usa il termine di “nobiltà suprema”: sappiamo che per noi uomini il massimo della nobiltà è la regalità e Cristo, essendo il “Re dei Re”, rappresenta, appunto, la “regalità suprema”.

Dichiarandosi, Agata, “schiava” di Cristo”, si sente immersa completamente in Lui, tanto da percepire appieno questa Sua regalità.

Va sottolineato anche il fatto che Agata non solo si dichiara “schiava”, ma è anche vestita da schiava: essere vestiti vuol dire esprimere anche col corpo quello che una persona dice di essere; e, inoltre, l’abbigliamento stesso ci richiama continuamente a ciò che diciamo di essere. È come pregare con le mani giunte: faccio pregare anche il corpo e mi ricorda continuamente che sono in preghiera...

Analizzando, però, ancora meglio la frase (o, meglio, il termine “schiava”) sappiamo che ai tempi dei Romani “schiava” era sinonimo di “serva”: un servo è uno schiavo, tanto che, secondo la legge romana, un servo era considerato un possesso personale del proprietario. In alcune Bibbie la parola servo, infatti, è la traduzione della parola greca “doulos”, che significa "uno che è sottomesso e interamente a disposizione del suo padrone, uno schiavo".Questa precisazione ci permette di evidenziare che, in aramaico, servo si dice talja'. Questo termine ha un doppio significato: servo e agnello.

Ecco l’Agnello di Dio”, dunque, aveva questo doppio significato, equivaleva a “Ecco il Servo di Dioe Gesù li rappresentava entrambi.

“Servire” è voce del verbo amare ed è la cosa più bella: a cosa servo, se non servo?

Questo per significare che Agata, di fatto, è stata anche lei agnello sacrificale e serva di Dio, assomigliando pienamente al Cristo; o, meglio, divenne una cosa sola con Lui, il Suo Sposo, in unità sponsale, appunto!

In conclusione, che cosa possiamo chiedere a Sant’Agata? Forse, possiamo domandare che copra il nostro capo con quel velo rosso, rosso come il Preziosissimo Sangue di Gesù, così da “avere nella mente” il Suo sacrificio, che entri nel nostro cuore, nei nostri pensieri, ci protegga, e ci plasmi della Sua Volontà!

Tratto dal libro di Padre Francisco Tiery (Santità e combattimento spirituale)

Dalle fonti del carisma: “la vera penitenza, la vera Croce, non è ciò che è dono, non è ciò che offro, non è ciò che soffro, non è ciò che sento, la vera Croce sono io che mi affido volontariamente al Signore

Uscire da se stessi, ecco la sfida più difficile. Nella Vita Religiosa, questo è il cuore di tutto. Si esce di casa, si lascia una famiglia, una persona amata, un lavoro. Si rinuncia a tutto, si entra nella Vita Consacrata e si fanno voti di castità, povertà e obbedienza. Ma tutto questo potrebbe ancora restare fuori di noi. Perché c’è qualcosa di più profondo: la libertà interiore. È quella parte preziosa della nostra esistenza che solo noi possiamo donare a Dio. Se non gli consegniamo la nostra libertà, Egli non può ancora operare pienamente dentro di noi.

 

 

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