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Santa Caterina da Bologna: mistica audace e umile

Et gloria Eius videbitur in Te

di P. Raffaele Montano icms

Accostarsi, seppur per un attimo, a una mistica non è un’esperienza leggera. O da prendere alla leggera.

Stravolge e corteggia. Ti denuda e poi ti trasfigura.

Sei tu parola / la mia nuda guerra”, scrive Chandra Livia Candiani.

È sempre una guerra, una lotta austera tra il nostro modo di concepire Dio e Dio stesso in Persona: “Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora”.

Ci sono donne che fanno trasalire. Non per l’orrore, ma per la follia d’amore con cui hanno pervaso la loro esistenza; l’audacia con cui attraverso i loro scritti hanno brandito quelle penne come spade per penetrare il mistero di Dio e quello nostro umano; e infine, per poche, continuare a testimoniare col loro proprio corpo quel Dio che hanno amato fino a consumarsi per Lui e per la sua Chiesa. Ceri pasquali che rimangono accesi per tutte le notti.

Una di queste, che ho conosciuto per la prima volta tanti anni fa, in un pellegrinaggio a Bologna, è Santa Caterina de’ Vigri, chiamata “da Bologna” per la forza spirituale con cui ha invaso tutta la città.

Il suo celebre trattato mistico, dal titolo Le sette armi spirituali, inizia così: “Ciascaduna amante che ama lo Segnore vegna alla danza cantando d'amore vegna danzando tutta infiammata solo desiderando colui che l'ha creata e separa quelle che lo amano dalla pericolosa mondanità e le pone nella nobilissima disciplina della santa religione”.

Chi incontra queste donne, queste mistiche, non può rimanere indifferente: ti arriva una staffilata di puro amore, che fa sgretolare il tuo formale cristianesimo.

“Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora”.

E anch’io allora ho lottato, per accostarmi a questo testo lontano dalle nostre sensibilità moderne, ma essenzialmente immediato.

Di fronte a questi testi mistici, non puoi fuggire senza lottare. Sei solo con te stesso e con Dio. Solo in un deserto, di cui non conosci i confini. Come Giacobbe devi solo aspettare, e vegliare per attendere l’aurora:

“Tuttavia, la persona così magnanima da prendere la croce per amore di Cristo Gesù, nostro salvatore, che prese la morte per darci la vita, sappia che dovrà sostenere, dal principio alla fine, molte e angosciose tentazioni. Perciò, per prima cosa, prenda le armi necessarie per combattere legittimamente l'astuzia dei nostri nemici; ma si ricordi bene di non deporle mai, perché i nemici mai non dormono.

La prima arma è la diligenza; la seconda è la diffidenza verso le proprie forze; la terza è confidare in Dio; la quarta è non dimenticare mai la passione di Gesù Cristo; la quinta è non dimenticare mai la propria morte; la sesta è non dimenticare mai la gloria di Dio; la settima e ultima è non dimenticare mai l'autorità della Santa Scrittura, così come ne diede esempio Cristo Gesù, nel deserto”.

Chi scrive queste parole è Santa Caterina de' Vigri, che nasce a Bologna l'8 settembre 1413 e muore il 9 marzo 1463. Primogenita di Benvenuta Mammolini e di Giovanni de’ Vigri, patrizio ricco e colto, di Ferrara, Dottore in Legge e pubblico Lettore a Padova, dove svolgeva attività diplomatica per Niccolò III d'Este, marchese ferrarese.

Le notizie sull’infanzia e la fanciullezza di Caterina sono scarse. Sappiamo che, trasferitasi a Ferrara quando aveva circa dieci anni, entra alla corte di Niccolò III d’Este come damigella d’onore di Margherita, figlia naturale di Niccolò.

Lì diventa di Margherita la confidente; arricchisce la sua cultura: studia musica, pittura, danza; poesia, impara a scrivere composizioni letterarie; suona la viola; diventa esperta come miniaturista; perfeziona il suo latino. Poi, nella vita monastica futura, valorizzerà molto questa esperienza ricca di cultura e d’arte. 

Nel 1426 Caterina scelse di ritirarsi dalla vita di corte e di seguire la Regola francescana rigorosa delle Clarisse di Santa Chiara.

Nel 1456 Caterina fu inviata come badessa a Bologna, con l’incarico di fondare un monastero: il Corpus Domini.

Particolare è la traccia che Gesù volle far risaltare in lei qui sulla terra: il suo corpo incorrotto. In un ambiente a fianco della navata della chiesa del Corpus Domini la Santa siede (sic!) su di un trono offerto dai Bentivoglio, signori della città, sul quale spicca la scritta: “Et gloria Eius videbitur in Te”.

La Gloria di Dio è visibile in lei: tutto il suo corpo è invaso da questa Gloria che gli Angeli adorano in cielo, e da noi, che qui sulla terra abbiamo il privilegio di assaporare.

Grazie a questa mistica innamorata di Dio. 

“Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuèl: Davvero – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva”

In te, Caterina, vedranno la Gloria di Dio.

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