Pillole di SpiritualiTà
Cristo nel Battesimo si fa luce, entriamo anche noi nel suo splendore; Cristo riceve il battesimo, inabissiamoci con lui per poter con lui salire alla gloria. (San Gregorio Nazianzeno)
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LASCIAR FARE A DIO
di Stefano Battezzati
Era il 29 settembre del 1930 quando Lelia Cossidente e Ulisse Amendolagine si sposarono nella parrocchia di S. Teresa al Corso d'Italia a Roma: 84 anni dopo, faranno di nuovo il loro trionfale ingresso in quella stessa chiesa; i loro corpi riposeranno lì, permettendo ai fedeli di chiedere grazie al Signore per loro intercessione.
Nati entrambi nel 1893, lui a Salerno e lei a Potenza, entrambi figli di “ministeriali”, che dopo vari spostamenti si insediano a Roma: qui si conoscono nel 1929 e qui si sposano il 29 settembre dell’anno successivo. Ulisse ha un buon impiego al Ministero dell’Interno ed uno stipendio sicuro: rigorosissimo sul lavoro, nemico di ogni forma di assenteismo, efficiente nel disbrigo delle pratiche e cortese con il pubblico, dimostra un’avversione congenita verso ogni forma di regalia, fosse anche solo un mazzo di fiori o un litro d’olio (in epoca di guerra più prezioso di un monile). Lelia è insegnante e nell’anno in cui insegna viene ribattezzata “maestra dolcezza” e “signorina ridente”, qualità che poi trasferisce nel suo lavoro di cassiera di banca, prima, di bibliotecaria poi. Quello che però fa innamorare Lelia è il carattere di Ulisse: sobrio, equilibrato, riflessivo e dolce, profondamente cortese e innamorato della natura. La simpatia iniziale si trasforma subito in amore e i due scoprono anche di condividere un ulteriore tratto comune: una fede profonda e convinta e il desidero di formare una famiglia cristiana.
Si sposano entrambi trentasettenni, un matrimonio “maturo”, ma che sarà ricco di ben 5 figli nei primi 7 anni di matrimonio, tutti accolti come un dono.
Tutti i fratelli sono stati presenti all'apertura dei processi: Leonardo, Giuseppe, poi divenuto carmelitano con il nome di padre Raffaele, Roberto, oggi sacerdote per la diocesi di Roma, Francesco e Teresa. Di tutti loro Lelia e Ulisse ne curarono la formazione umana e religiosa, in un dialogo continuo con gli insegnanti, seguendoli a scuola e nel tempo libero. E di questa stessa apertura e disponibilità nutrirono anche i loro rapporti con gli altri, pronti a soccorrere “con discrezione e generosità” chiunque si trovasse nel bisogno, sia nelle necessità materiali che in quelle spirituali.
“In qualunque condizione e in qualunque stato di vita, tu devi sempre cercare dì guadagnarti il Paradiso - scriveva Lelia al figlio Giuseppe appena partito per la vita religiosa -. Dio solo sa a chi sia più adatto il sacerdozio o lo stato laicale, e bisogna lasciar fare a lui”.
Dalle testimonianze dei figli, ricordavano come, durante le festività religiose, in casa si costruivano e addobbavano altarini, in un clima di grande gioia e partecipazione, soprattutto con il presepe.
La domenica era una vera festa, con tutta la famiglia alla santa Messa. Bellissimo il fatto che se un membro della famiglia stessa non poteva parteciparvi perché ammalato, tutti gli altri, al ritorno, gli portavano il “bacio di Gesù”.
Ricordavano anche le continue visite in chiesa, accompagnate da preghiere molto brevi (es. Grazie Gesù) per non stancare i bambini ma farlo diventare un momento di vero piacere.
La guerra mette a dura prova l’intera famiglia: i bombardamenti, la fuga da Roma come sfollati in un paesino d’Abruzzo (Cappadocia), la messa a riposo d’ufficio durante l’occupazione tedesca, il rifugio e nascondimento nel Seminario Romano Maggiore, la paura dei rastrellamenti e ritorsioni tedesche, ma soprattutto la mancanza del necessario per sopravvivere, non scoraggiano i due sposi che raddoppiano la loro fiducia nella Provvidenza Divina. La preghiera diventa sostegno efficace e a volte miracoloso nelle difficoltà più grandi. Il ritornello della loro esistenza fu sempre uno solo: lasciar fare a Dio.
La loro vita è costruita sull'Eucaristia, alimento che permette anche di affrontare le difficoltà più dure. Lelia deve salire il suo Calvario e lasciare la famiglia prematuramente, nel 1951. Un dolore profondo che però viene vissuto da tutti con sguardo soprannaturale; Lelia, in fin di vita, amava ripetere spesso le ultime parole dell'Ave: “prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte...”.
Ulisse, vedovo, deve affrontare la nuova situazione, non facile per tutta la famiglia, e prende conforto e forza dagli scritti di Santa Teresa d'Avila.
Scriverà al figlio: “Sto leggendo la vita scritta da lei stessa e la leggo incominciando dall'ultimo capitolo e andando a ritroso, capitolo per capitolo, ad uso meditazione... me ne trovo bene. Mi ha molto dato conforto. Santa Teresa parlava con Nostro Signore come si può parlare in famiglia con uno di casa. Spiega il perché la legge a ritroso. L'ha appreso nell'ascoltare una predica del P. Gabriele di S. Maria Maddalena, profondo conoscitore della spiritualità carmelitana, che lo suggeriva per San Giovanni della Croce.
Ulisse morirà nel 1969, anche lui dopo aver affrontato con coraggio la prova della malattia.
Per noi, esperti di amore liquido e sentimento facile, sorprende la storia d'amore di Lelia e Ulisse, un amore sincero e solido, non sabbia di sentimenti, ma roccia di un amore di volontà che cerca prima di tutto, e soprattutto, il bene dell'altro.
Sopra la spalliera del letto matrimoniale l'immagine della Madonna di Pompei, ai piedi due inginocchiatoi su cui sgranare rosari e preghiere: una piccola chiesa domestica.
Penso sia stata proprio questo il segreto della loro santità coniugale. Infatti, come chiesa, si sono affidati a Dio nelle sofferenze, nella Divina Provvidenza, nell’educazione dei figli, nella gioia della condivisione e dell’apostolato, nel vivere in armonia, il tutto proprio perché Gesù è stato al centro della loro vita, è sempre stato presente e, soprattutto, percepito come Signore, come riferimento continuo, come padrone della loro vita, come guida verso il bene.
Il card. Camillo Ruini ha scritto di loro nel 2004: “... Lelia ed Ulisse hanno vissuto la sofferenza illuminati da una fede profonda, nella certezza di avere Dio, la Vergine ed i santi al loro fianco, sicuri di ricevere, al termine della vita terrena, il premio eterno. “Risorgeremo” è l’epitaffio che Ulisse ha fatto scrivere sul luogo dove le loro spoglie attendono il compimento dei tempi.”
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