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Sul Monte Tabor

“Signore, è bello per noi stare qui!”

di P. Gianvito Prinzivalli icms

La Trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor è uno degli episodi più ricchi di significato spirituale e teologico di tutto il Nuovo Testamento. Infatti, la Trasfigurazione manifesta chi Gesù è veramente, e cioè il Figlio di Dio, quando la voce proveniente dalla nube dichiara in modo perentorio e solenne: “Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo!” (Mt 17,5).

Gesù, dunque, abbandona la pianura, la città, e sale sul monte Tabor per rimanervi nella solitudine, in preghiera. Il monte nella Sacra Scrittura – come per esempio il monte Sinai, il monte Carmelo – sono luoghi della presenza di Dio. La salita al monte Tabor ci rivela la necessità di pregare sempre “senza stancarci mai” (Lc, 18,1), come condizione per incontrare il Signore e rimanere intimamente uniti e radicati in Dio. Ora, da questo episodio della Trasfigurazione, possiamo trarre essenzialmente due elementi significativi, che possiamo sintetizzare in due parole: salita e discesa. Se vogliamo appartarci, abbiamo bisogno di andare in disparte, di salire sulla montagna in uno spazio di silenzio, per percepire meglio la voce di Dio e per trovare noi stessi: questo avviene quando viviamo la preghiera come impegno principale della nostra vita. Ma poi, dall’alto della preghiera, bisogna che “scendiamo” verso la pianura, dove incontriamo i fratelli nella dimensione apostolica, per testimoniare chi veramente sia Gesù e come che senza di Lui “non possiamo fare nulla” (Gv, 15,5).

Ma la testimonianza nasce dall’esperienza che facciamo di Dio e da come lo incontriamo veramente nella preghiera, perché, se la nostra preghiera non si trasforma in un vero e intimo rapporto con Dio, essa diventa sterile. Ed è così che dobbiamo, purtroppo, constatare come spesse volte ci sia tanta difficoltà a pregare da parte nostra. Questo accade, soprattutto, perché risulta difficile staccare il cuore da diversi interessi materiali, da tante passioni terrene e da tante occupazioni mondane, bramate da noi. Allora diventa difficile anche entrare in chiesa, trovare un po' di tempo per la preghiera e sostare per un po' di adorazione eucaristica davanti al Tabernacolo.

Oppure, pensiamo a quanti non partecipano alla S. Messa domenicale, per negligenza o a causa di alcuni avvenimenti puramente mondani o sportivi, che assorbono spesso la vita di tanti ed è così che si diventa puramente schiavi di passioni disordinate, arrivando addirittura a “vendere l'anima al diavolo!”  Si è pronti, così, a qualsiasi sacrificio per le proposte del mondo, invece per coltivare la vita spirituale quante resistenze o “mezze misure”! Anche se si trova il tempo per andare alla S. Messa, molto spesso, purtroppo, la nostra partecipazione si riduce solo a una presenza fisica, come quella dei banchi e dei muri… E questo, solo per togliersi lo scrupolo di non aver perso la Messa. Ma la mente, il cuore, dove stanno, dove vagano?

Ecco, allora, la necessità di vivere, dentro la nostra vita, la “spiritualità” del monte Tabor, come impegno permanente, staccandoci dal piano puramente materiale per poter così elevare il nostro cuore e incontrarci con Dio, ricevendo di conseguenza  i veri frutti della preghiera, che sono in modo particolare una relazione più profonda con Dio, la crescita nelle virtù e in modo particolare l’esercizio della carità, che consiste essenzialmente nel vivere uniti a Dio e, quindi, anche ai nostri fratelli.

Questa, infatti, è stata l’esperienza estatica dello spirito di preghiera dei tre Apostoli, condotti da Gesù sul monte Tabor, così che S. Pietro non ha potuto tacere la sua immensa gioia interiore, tanto da esclamare: “Signore, è bello per noi stare qui!”. Questa affermazione esprime il desiderio di ogni cuore umano di rimanere sempre a contemplare con gioia la gloria di Dio. Il Signore, infatti, mostrò ai tre Apostoli lo splendore della sua divinità e questa dovette essere un'esperienza così beatificante da indurre Pietro, a nome degli altri, a esprimere il desiderio di voler rimanere per sempre, sul monte a contemplare Dio.

A questo siamo chiamati anche noi, se vogliamo possedere la vita in pienezza; e ciò si potrà realizzare quanto la nostra vita cristiana diventerà un canto d’amore a Dio e per Dio.                       

Infatti, quando si ama e si ama veramente con il cuore, si vuole a tutti costi stare con la persona amata e non si vive che per lei.  In questo senso si esprimeva S. Josemarìa Escrivà, quando pregava meditando questa scena evangelica: “Gesù, vederti, parlarti! Rimanere così, a contemplarti, inabissato nell’immensità della tua bellezza, senza interrompere mai, mai questa contemplazione!  O Gesù, magari ti vedessi per rimanere ferito d’amore per Te!”.

Allora, una volta che siamo riusciti a salire e a rimanere sul monte, una volta che ci mettiamo a pregare seriamente, una volta che gustiamo la preghiera, può succedere anche a noi ciò che è accaduto a Pietro: Signore restiamo sempre qui! È bello stare con te! Non vogliamo più lasciarti!



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