Pillole di SpiritualiTà
Volete dire le lodi a Dio? Siate voi stessi quella lode che si deve dire, e sarete la sua lode, se vivrete bene. (Sant'Agostino)
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Passa la vita, vigilia di festa…
di p. Enzo Vitale icms
Di domande bizzarre in rete se ne trovano tante. Alcune, si capisce, nascono da una tastiera che, non avendo nulla da fare, si incammina per sentieri ignoti; altre, invece, nell’apparente eccentricità, nascondono un velato senso di verità e, ancor meglio, di significato. La “strana” domanda che ha attirato la mia attenzione è: «quando muori te ne accorgi?».
Fidatevi: non me la sono cercata! Mi ci sono imbattuto nel corso dei miei studi di bioetica e, come un fulmine a ciel sereno, mi si è aperto un mondo.
Forse il pensiero sulla morte è da ricercare nel fatto che la notte scorsa ho sognato un vecchio e caro amico, passato a miglior vita qualche anno fa. Nel sogno ci siamo abbracciati, sorridevamo, scherzavamo, contenti di rivederci dopo tanto tempo… Ma aprendo gli occhi, la realtà mi si è, nella sua durezza, sbattuta in faccia: «ma è morto!» mi sono detto.
Un po’ inquieto, in cappella, ripensavo a quel sogno e, davanti al mio Signore mi dicevo «chissà… sarà venuto ad avvisarmi che presto ci saremmo rivisti».
Certo è che, poi, ho pregato per lui e tra preghiera e riflessione, mi sono chiesto quanto potesse essere importante non vivere una morte improvvisa. Ma – e come dice qualcuno dopo il “ma” c’è sempre la verità – della sofferenza che potrebbe precedere la morte, ognuno ha paura.
È oramai assodato che della morte non si parla tra persone per bene; il borghesismo diffuso inibisce i discorsi relativi a sora Morte corporale e, ancor più, ne impedisce l’ingresso nelle nostre case: sono oramai diffusissime le anonime stanze del commiato che, per una malcompresa privacy, non fanno più vivere il lutto in casa propria.
La morte è uno degli argomenti più diffusi e meno studiati tant’è che, a ragione, Philippe Ariès (1914–1984), storico francese dei costumi sociali e della famiglia, affermava che «non sono più i bambini a nascere sotto un cavolo, ma i morti a scomparire tra i fiori. I parenti dei morti sono quindi costretti a fingersi indifferenti. La società esige da loro un autocontrollo che corrisponde alla decenza o alla dignità imposta ai moribondi. Nel caso del morente, come in quello del superstite, importa soprattutto non lasciar trasparire le proprie emozioni». Della morte, quindi, non bisogna parlarne!
Noi, però, come cristiani, nel vivere la Settimana Santa, sappiamo che non possiamo farne a meno: il Sabato Santo, infatti, è giorno di morte per eccellenza: il silenzio inonda il creato.
Ciò nonostante, per rispondere alla strampalata domanda iniziale, si potrebbe dire che, seppur senza accorgersene, l’incontro con la morte si può sperimentare solo vivendo la sofferenza: è la sofferenza – vissuta e accolta – che pennella i tratti del nostro vivere e del vivere l’ultimo momento.
Mi ha sempre colpito come, nelle apparizioni pasquali, il Cristo esibisca i segni della Passione come prova di autenticità per la Sua persona: nella celebre tela dell’Incredulità di san Tommaso del Caravaggio si coglie, difatti, lo sguardo, tra l’attonito e il curioso, dell’apostolo assente, che cerca la prova carnale di quanto il Suo Signore aveva vissuto e di cui loro – Tommaso e gli altri Apostoli, anche se a distanza – erano stati testimoni.
La sofferenza del Cristo, quindi, è impersonificata nei segni della Passione: buchi alle mani e ai piedi e uno squarcio poco sotto il cuore. Questi i segni principali che, fino alla morte in croce, arricchiscono la terrificante scena «tanto era disfatto il suo sembiante al punto da non sembrare più un uomo, e il suo aspetto al punto da non sembrare più un figlio d’uomo» (Is 42,14).
Se Cristo, quindi, riesce a dire a Tommaso «metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!» (Gv 20,27) è perché ha desiderato, fino al sangue, quella passione. E lo fa per mostrare a noi, ribelli ad ogni forma di sofferenza, che se essa è accolta, allora anche colei che non vogliamo ha un significato che supera la nostra stessa esistenza.
Vivere nella sofferenza non è cosa semplice se non si è stati, in qualche modo, accostati attraverso una lenta e progressiva confidenza quotidiana. Vivere da risorti la sofferenza dovrebbe farci dire, come san Paolo, «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Galati 2,20).
Il diffuso contesto sociale in cui siamo immersi, emotivamente condizionato, difficilmente offre spazio alla mortificazione e permette alla propria natura (bramosa di vita) di accogliere quanto è, invece, araldo di morte. Eppure, a quella morte noi siamo chiamati. Forse non nei termini ironici di E. Petrolini: «l’uomo è un pacco postale che la levatrice spedisce al beccamorto», ma certamente nei modi che noi decidiamo.
Ogni essere umano, infatti, per quanto possa essere condizionato da fatti e situazioni che, suo malgrado, lo hanno profondamente e significativamente segnato, potrà sempre scegliere il senso da dare alla propria esistenza, per quanto sofferente essa potrà essere.
È da questa prospettiva che san Francesco parla di “sorella morte” ed è in quest’ottica che si comprende il valore di una vecchia e straordinaria orazione, attribuita al padre gesuita Giovanni Bigazzi.
Attenzione, allora, alla banalizzazione della morte e della sofferenza che, seppur cercata, è in tanti modi esorcizzata: è impressionante, girando per la capitale, il numero di slogan pubblicitari usati dalle agenzie di pompe funebri per schernire una cosa tanto seria quale è la morte.
Siamo nell’epoca in cui, non conoscendo il valore di quella “chiavina d’oro”, si ricerca la fine di ogni dolore, senza rendersi conto che, andare incontro alla morte, significa andare incontro a Cristo. E, per quanto preparati e desiderosi di abbracciare il Cristo – al punto che san Paolo dice che la morte sarebbe stata per lui un guadagno – decide comunque di vivere nel corpo lavorando con frutto (cf Fil 1, 21-22).
In fondo poniamoci una domanda: chi può seriamente dirsi pronto a morire? Forse i santi. Ma noi, abbiamo tanta presunzione? Si tratta pur sempre dell’incontro più importante della nostra esistenza, quello che ha il valore ed il sapore dell’eternità e che, a ben guardare, ci spinge a vivere e operare desiderosi di guadagnarci il Cielo.
(tratto dalla Rivista “Maria di Fatima”, del Movimento Famiglia del Cuore Immacolato di Maria)
Vivere da risorti… nella sofferenza
Passa la vita, vigilia di festa…
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